Gavette

I giovani

Agosto 22, 2008 · Nessun Commento

Odio la parola “giovane”. Perchè in Italia essere “giovani” nel mondo lavorativo è un handicap, non un vantaggio. Essere giovani in Italia significa avere della possibilità in meno, non delle possibilità in più. Essere “giovani” in Italia equivale a frustrazione. Perchè storicamente “il giovane” si sente forte, si sente pieno di idee, si sente “pieno di voglia di fare”. Ma in Italia nessuno gliene dà la possibilità. In Italia la parola giovane è sinonimo di “inesperto”, di “persona non capace”, di persona “senza esperienza e con appena una laurea alle spalle”, e per questo giustamente sfruttabile. In Italia è normale che i giovani abbiano uno stipendio da fame, che lavorino per poco o che lavorino addirittura gratis. Io odio la parola “giovane” così come la parola “stage”. Io odio il concetto italiano della parola “giovane”, odio la parola “giovane”, perchè in Italia ha un significato diverso che nel resto d’Europa. Michele Serra su Repubblica di oggi parla di perdita di identità di classe, ma io credo che i nuovi mestieri e le nuove forme lavorative abbiano contribuito in questi anni a formare in Italia una nuova identità, professionale e di classe. E’ quasi un mestiere, ormai, in Italia, essere giovane: una vera e propria occupazione a tempo pieno. Sono persone che mandano curriculum confezionati ad hoc tutti i mesi, che imparano ad adattarsi a nuovi lavori che comportano nuove competenze ogni volta che scade un contratto (quando c’è), che hanno una spiccata coscienza del provvisorio, dell’effimero e di cosa voglia dire instabilità. E sono tutte persone che hanno la coscienza che la propria condizione di giovane, mentre in altri paesi è un vantaggio, in Italia è un puro e semplice limite. I giovani italiani, nel resto d’Europa e del mondo, sono già vecchi.

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Professione stagista

Agosto 22, 2008 · Nessun Commento

Una condizione terribile, che li emargina dalla società, li esclude dalla televisione, li rende poco appetibili dalla politica e dalla pubblicità. No, non mi riferisco ai sei milioni di analfabeti recentemente censiti in Italia. Mi riferisco ai sei milioni di alfabetizzati cronici che leggono i quotidiani e i libri, vanno ai concerti e a teatro, affollano i dibattiti e le letture pubbliche, puntano a un dottorato di ricerca (i casi più disperati), a uno stage di specializzazione, a una carriera in campo culturale, magari - perfino! - a lavori dequalificati come l´insegnamento. Che fare di questa racaille, di questa irriducibile minoranza di esclusi che vagano per i palinsesti senza mai trovare ostello, ai quali nessun politico si rivolge per rincuorarli? Che fare di questa immensa e sconosciuta banlieue di italiani letterati che odiano i reality show e non sopportano i dibattiti televisivi fatti di urla e slogan, e insomma rifiutano ostentatamente l´integrazione? Allarmanti ricerche sociologiche sostengono che esiste ancora, in questo paese, chi non ha idea di chi sia Bambola Ramona e sa tutto di Giuseppe Berto, non ha mai visto Buona domenica ma ha visitato Ortigia. Le autorità sono preoccupate. E´ in quella sentina di non allineati, di socialmente diversi, che si annida la prossima sommossa.

(MIchele Serra, Repubblica del 16 novembre 2005)

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